Taglia Calibro 38

Taglia e calibro con lo stesso numero: una coincidenza sorprendente. Con la taglia ci riferiamo alle dimensioni di un abito, con il calibro a quelle della canna di una pistola. Oggetti diversi che diventano belli o brutti; buoni, cattivi o quant’altro in base a diverse considerazioni, ma perfino il mondo è mondo, solo in base alla considerazione  operata dalla mente umana.

E’ la mente umana a creare i significati  e a cambiarli, non le mode, la notizia del giorno o gli oggetti; ma di questo, nonostante l’evidenza, non si parla quasi mai.

Fino a poco tempo fa, nel senso comune, l’associazione morte-pistola era considerata ovvia e quella abito-morte, bizzarra.

Non è più vero!

Di taglia 38 si può morire come di calibro 38.

In entrambe i casi è la mente di chi indossa o di chi spara quella che determina il risultato ed è sempre  Lei l’unica che può sentire-pensare-progettare, opzioni diverse, non certo l’abito o l’arma e tantomeno il 38 che è soltanto un numero.

L’atto di nutrirsi come l’abito o la pistola è il luogo di significati diversi che vanno oltre l’ovvietà che mangiare è indispensabile all’esistenza.

Nella società attuale, uno dei problemi più sentiti è quello della “linea” dei “chili di troppo”, del “mangiare male ed eccessivamente”, siamo bombardati dai media con consigli, indicazioni, divieti ed allarmi  che riguardano il cibo e la bocca, molto più raramente il pensiero, il sentimento e l’emozione legati all’assunzione del cibo.

La scelta di mangiare non  la compie bocca, ma la mente, mettendo in atto quello che viene definito il “comportamento alimentare”, che come ogni “comportamento” non si riduce ad una serie di azioni ma comporta idee, sensazioni, emozioni, sentimenti e ricordi che precedono, accompagnano e seguono il gesto umano.

Come ogni comportamento, anche quello alimentare può andare incontro ad alterazioni, a volte gravi e rischiose anche per la vita se non riconosciute e trattate adeguatamente.

Altrettanto significativo è che i disturbi della condotta alimentare colpiscono prevalentemente le donne e che quindi riguardano un comportamento della mente femminile di cui nella realtà scientifica di genere conosciamo ancora poco, per cui e a maggior ragione,  Le dobbiamo attenzione maggiore.

I disturbi più noti sono l’Anoressia e la Bulimia ma ricordiamo anche il Binge Eating Disorder, ne descriviamo brevemente i tratti essenziali:

L’anoressia nervosa si presenta quasi esclusivamente nelle donne, prevalentemente durante l’adolescenza: consiste nel rifiuto di mantenere il peso al di sopra di quello minimo per l’età e l’altezza ( di solito l’85%) di questo valore, con intensa e immotivata paura di essere “grasse”  e rifiuto di ammettere la realtà della reale magrezza. L’organismo compensa questo comportamento riducendo ogni  perdita, comprese le mestruazioni.

Se il disturbo si fa più grave e non viene  trattato è possibile anche la morte.

La bulimia è caratterizzata dall’impulso irrefrenabile ad assumere cibo, in pratica da “abbuffate” in cui si assumono grandi quantità di cibo in poco tempo e durante le quali si perde il controllo, con la sensazione di non potersi fermare. All’abbuffata  segue la necessità di “svuotarsi” provocandosi il vomito, oppure attraverso lassativi o un’attività fisica faticosa e prolungata. Più frequente nelle donne, con conseguenze variabili sull’organismo ma solitamente meno drammatiche di quelle dell’anoressia e senza modificazioni rilevanti del peso corporeo.

Il Binge Eating Disorder è più distribuito tra i sessi coinvolgendo di più i maschi ed è una condizione in cui l’impulso ad assumere cibo con “abbuffate” non è seguito dalla necessità di svuotarsi, conseguentemente può portare ad un aumento di peso fino ad una vera e propria obesità.

Questi disturbi possono avere varianti diverse per presentazione clinica e gravità; essere “ Primari”, “Secondari” o “ Concomitanti” a variazioni del tono dell’umore  e ansia che incontriamo trasversalmente nei diversi disturbi dell’affettività come vere e proprie “dimensioni” psicopatologiche che ne definiscono forma e significato nel corso della vita.

Nel caso particolare vorrei evidenziare che esiste una accertata relazione  circolare tra i disturbi del comportamento alimentare e le dimensioni depressive e d’ansia dei disturbi affettivi.

Un cambiamento del modo di mangiare comporta sempre domande sul nostro aspetto, e in qualche modo un problema con noi stessi più che col cibo; ma altrettanto un cambiamento del nostro stato d’animo, si riflette inevitabilmente sull’appetito, e questa, è un’esperienza comune ad ognuno di noi.

Osservando da questa prospettiva le diete drastiche, la “fissazione” della palestra, della linea, o le crisi di fame notturna potremmo riconoscerle come segni di un disturbo del comportamento alimentare non facile da identificare inizialmente; ma allo stesso tempo e in una dimensione più psicologica, come segni di una sofferenza legata al senso del riempirsi e dello svuotarsi; dell’essere svuotati o sovraccaricati.

Circa l’origine e le cause di questi disturbi non esistono attualmente dati certi, ma la loro eziologia è vista concordemente dal mondo scientifico in una multifattorialità che spazia dalle predisponenti genetiche di probabilità, ai fattori ambientali, a quelli culturali, familiari relazionali e personali. Ne deriva una gestione altrettanto complessa che si sta avviando sempre di più ad essere una vera e propria super specializzazione con delle peculiarità tali da prevedere il lavoro di ‘Equipe composte da specialisti quali lo Psichiatra, l’Internista, lo Psicologo, il Nutrizionista, il Tecnico della Riabilitazione, l’infermiere. Esistono in Italia diversi centri specializzati di cui è possibile consultare l’elenco a questo indirizzo http://www.anoressia-bulimia.it/html/c_ospedalieri.html.

Il compito di queste brevi note sul problema, non è di proporre teorie o soluzioni alternative ma nel promuovere la diagnosi precoce e avviare per tempo un intervento efficace ma probabilmente più semplice, prima della necessità conclamata di quello doverosamente complesso.

In questo intento, ricordo Maestri lontani da mode, pubblicità, immagini e media che invitavano noi studenti a porsi sempre, prima d’ogni agire medico, una domanda:

Se lo fai che succede?

Se non lo fai che succede?

Una formula spoglia che misura i passi che servono:

Se la sede delle cause é nella mente, cominciamo a cercarle dove sono.

Se esiste uno strumento diagnostico efficace, bisogna usarlo.

Se la cura comincia prima, il danno sarà minore e migliore il risultato.

Se esiste rischio di morte, è giustificato ogni intervento atto ad evitarlo.

Allo stato dell’arte, lo strumento diagnostico a nostra disposizione è l’esame clinico condotto da uno specialista psichiatra in collaborazione con lo psicologo, si tratta di fatto di colloqui integrati da test psicologici che si svolgono rispondendo a semplici questionari.

Considerati l’età d’insorgenza che va dai 13/14 anni ai 26/28 i rischi e la gravità propri di questi disturbi non posso che rimettere a disposizione ciò che è stato prestato:

Se lo fai che succede?

Se non lo fai che succede?

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Dott. Ubaldo Sagripanti

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