VAGINISMO

 

A cura della Dott..sa Maria Cristina Calendi

Psicologa Psicoterapeuta

esperta in sessuologia clinica

Visita a Bologna in via Parigi 11.      Per contatti: mariacristinacalendi@libero.it


NOTA IMPORTANTE. Questo articolo ha uno scopo esclusivamente informativo. Ogni sforzo è stato condotto per renderlo chiaro, aggiornato, facilmente comprensibile da un pubblico molto vasto; tuttavia non possiamo escludere eventuali omissioni ed errori come anche possibili difficoltà interpretative da parte dei lettori.  La Medicina è una scienza in costante evoluzione ed ogni paziente è unico nella sua condizione clinica; ribadiamo quindi che è solo il vostro Medico Curante che può illustrare la particolarità e quindi la prognosi della vostra condizione e che a lui solo spetta ogni conclusione diagnostica e terapeutica. Non rispondiamo in alcun modo di un uso improprio e non autorizzato delle informazioni fornite. Ultimo aggiornamento: 01.10.2007 .

 

COS’È

“Sa, dottoressa, il fatto è che mi succede una cosa incredibile. Quando stiamo insieme io lo desidero, sono anche eccitata finchè  facciamo tutto il resto, basta che non si avvicini alla vagina. Già se mi accarezza le cosce comincio a irrigidirmi tutta, fino alle gambe; se poi prova a entrare mi blocco completamente, mi chiudo e se spinge mi fa un gran male. Non lo faccio apposta, io non vorrei, ma è più forte di me. E poi ho una gran paura; se entra: che mi rompa; se non entra, che si stanchi e mi lasci. Per il resto facciamo tutto. La ginecologa ha detto che fisicamente non ho niente, però non è riuscita a visitarmi perché ero tutta chiusa. Cosa mi succede? Pensa che potrò guarire?”

 

Questo è il vaginismo: uno dei disturbi sessuali più diffusi. Si  stima che sia presente nel 10- 20% delle donne che si sottopongono a visita ginecologica, e che ne soffra il 3% della popolazione generale.

È una contrazione involontaria dei muscoli dell’area anale e vulvo-vaginale che impedisce l’introduzione: di una cannula o di un dito, dello speculum, del pene, dipende. L’organismo femminile oppone un muro alla penetrazione e anche quando la chiusura non è totale l’introduzione è molto dolorosa. Spesso sono  presenti desiderio, eccitazione con lubrificazione vaginale, orgasmo attraverso stimolazione esterna delle labbra o clitoridea, purchè non si tenti alcuna introduzione in vagina.

Sono rare le condizioni in cui è secondario ad una patologia organica, ma è buona norma procedere per esclusione attraverso una visita ginecologica preliminare e gli eventuali esami indicati dallo specialista. 

Quasi sempre il vaginismo è una espressione muscolare, fisica, di una condizione psichica: la paura o più raramente il rifiuto. Con il passare del tempo e dopo tentativi di forzatura, può complicarsi perché insorge la paura anticipatoria e la persona mette in atto delle procedure di evitamento, esattamente come chi ha paura dell’aereo che dopo qualche tentativo in cui ha provato l’esperienza dolorosa, smette di volare per non provare l’ansia che ha già provato. Questo evitamento può esprimersi con un calo drastico del desiderio, con l’assenza di eccitamento, con l’instaurarsi di abitudini sessuali che prevedono solo masturbazione e rapporti orali che consentono comunque di avere una attività sessuale.

 

Cercare di spiegare l’origine di questa paura significa entrare nel mondo della sessualità femminile: molto articolato, sfumato e complesso. Ma soprattutto non riusciamo a capire perché si abbia paura di qualcosa che si desidera, se non guardiamo a come ci rappresentiamo questo qualcosa. La penetrazione può essere vissuta come momento di massima intimità, fusione, conferma della propria femminilità, completamento di un progetto di coppia, ma contemporaneamente come una violazione, con fantasie di lacerazione tanto più frequenti quanto più è rappresentato potente e gigantesco il pene in erezione. E spesso queste rappresentazioni sono condivise sia dalla coppia che dall’ambiente sociale: si pensi alle fantasie di lacerazione dell’imene e di sanguinamenti, all’enfasi sulle dimensioni del pene e sulla potenza virile.

È anche possibile che il vaginismo sia il sintomo di una fobia (coitofobia), ma in questo caso il quadro psichico è un po’ più complesso e richiede un inquadramento psicodiagnostico e un trattamento indicato per la fobia più che per il sintomo in sé.

Inoltre non è detto che ci sia stato un evento traumatico a provocare la paura –anche se è un’ipotesi che va sempre verificata-, e non è neppure sempre un rifiuto del partner, anche se a volte può esserlo.

Accade che nella storia di una donna il vaginismo non sia stato sempre presente, o che ci sia in alcune relazioni e in altre no; in questi casi dobbiamo pensare che la qualità del rapporto di coppia provochi questa reazione di rifiuto non volontario e spesso non consapevole. Poniamo che una ragazza sia stata educata a ritenere che in un rapporto di coppia sia normale una certa dose di prevaricazione e che il suo ruolo sia quello di passività, poniamo anche che da adulta incontri e si leghi –non casualmente- ad un uomo che interpreta fortemente il ruolo dominante; se da un lato la realizzazione di quanto è stata educata ad aspettarsi può essere confortante come interpretare un copione noto e socialmente approvato, dall’altro il ruolo che le spetta potrebbe essere tutt’altro che soddisfacente. È qui che il disturbo vaginismico può trovare la sua espressione di utilità: consente di mantenere la relazione, ma anche di esprimere il rifiuto.

Molto spesso abbiamo una situazione più sfumata, quando è la coppia che mette in atto delle dinamiche che si esprimono con un vaginismo. La relazione può essere distorta da una difficoltà di entrambi nel campo della sessualità, difficoltà che la donna inconsapevolmente si incarica di manifestare. Sono i casi di persone che spesso provengono da educazioni rigide, se non addirittura sessuofobiche, per le quali l’attività sessuale è da un lato desiderata, dall’altro colpevolizzata o troppo impegnativa; allora il rapporto sessuale è giocato frettolosamente, con scarsa conoscenza dei meccanismi dell’eccitazione femminile e quindi scarsa attenzione ai preliminari, i tentativi di penetrazione avvengono in condizioni di scarsa lubrificazione e provocano fastidio o dolore cui la donna può reagire, nelle occasioni successive, con la contrazione muscolare. Per entrambi, questo non è un vero e proprio problema, anzi è l’occasione per diradare i tentativi fino a sospenderli, risolvendo l’ambivalenza fra desiderio e rifiuto. La situazione non compromette la relazione, in quanto corrisponde ad una esigenza condivisa, almeno finchè non sorge il desiderio di un figlio, oppure l’occasionale incontro con un altro partner che fa sperimentare modalità alternative di appagamento.

 

COSA PROVOCA

Gli esiti di un disturbo vaginismico sono molteplici. Può provocare il progressivo allontanamento da qualunque attività sessuale fino al rifiuto di relazioni affettive o la rottura delle relazioni in atto; sicuramente impedisce progetti di maternità, ma soprattutto la donna che ne soffre tende a modificare l’immagine di sé nel senso del fallimento della femminilità, può viverlo come una mutilazione e una incapacità a soddisfare il desiderio maschile. Quindi un fallimento in quanto donna e in quanto compagna. Spesso è proprio la paura di perdere il partner che porta queste donne alla consultazione, più che il desiderio di risolvere un proprio problema.

 

 

COME SI CURA

Quando non si tratta di una patologia fobica o di un disturbo della relazione di coppia, si hanno risoluzioni nell’ordine del 90% dei casi.

Il primo passo del percorso di cura è procedere ad una consultazione sessuologica, nella quale inquadrare il problema, ipotizzare le cause e quindi formulare una diagnosi, individuare il percorso terapeutico più adatto alla persona e alla situazione.

Non sempre le psicoterapie individuali, di qualunque orientamento, sono indicate, perché anche quando le radici del disturbo sono dentro la persona che lo vive, la sua messa in atto avviene in una attività che coinvolge anche il partner.

Spesso le terapie sessuologiche sono quelle più indicate e fra queste quella Mansionale Integrata che prende in considerazione sia l’aspetto comportamentale, che quello psicoemotivo, che quello dinamico di coppia. Prevede un’azione su due fronti. Quello ginecologico attraverso la pratica della desensibilizzazione progressiva, che deve essere praticata da ginecologi specificamente formati. Consiste di una serie di visite nelle quali la donna viene condotta innanzitutto alla conoscenza del proprio corpo e delle sue funzioni, successivamente all’introduzione in vagina di cannule di diametro progressivamente maggiore partendo dal filiforme, all’acquisizione di modalità di rilassamento e al controllo delle contrazioni attraverso esercizi di contrazione-decontrazione dei muscoli perivaginali e perianali (esercizi di Kegel). Tutto ciò è finalizzato a riprendere la volontarietà di questa parte del corpo e alla diminuzione delle fantasie di violazione del suo interno.

Contemporaneamente è necessario un percorso psicoterapeutico sessuologico: di coppia per esplorare modalità più funzionali dell’attività sessuale e delle dinamiche di coppia, e per sciogliere le fantasie che producono le paure della penetrazione; se la coppia non c’è è possibile una terapia individuale con modalità leggermente differenti.

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