Epidemiologia
dell'infertilità e della sterilità
A cura del Dott. Filiberto Di Prospero
Responsabile Modulo Organizzativo di Endocrinologia Ginecologica, ASL 8 Civitanova Marche (MC).
Parole chiave di questo articolo: sterilità, infertilità, donna, epidemiologia.
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Introduzione: l’infertilità e la sterilità
Nell'affrontare il tema
dell'epidemiologia della sterilità e dell'infertilità di coppia è necessario
anzitutto definire cosa si intenda
per infertilità e per sterilità anche se molti Autori usano indifferentemente i
due termini come sinonimi.
Secondo l'organizzazione
Mondiale della Sanità (O.M.S.) e l'American Fertility Society (A.F.S.) una
coppia è da considerarsi infertile quando non è in grado di concepire e di
avere un bambino dopo un anno o più di rapporti sessuali; viceversa è da
considerarsi sterile quella coppia nella quale uno od entrambi i coniugi sono
affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei
bambini. Vengono definite affette da
infertilità secondaria quelle coppie che non riescono ad avere un bambino dopo
una gravidanza coronata da successo.
La definizione di
infertilità proposta dall'O.M.S. e dall'A.F.S. trae origine da un noto lavoro
di M J. Whitelaw pubblicato nel 1960 che dimostrava, sulla base di uno studio
condotto in una popolazione omogenea degli Stati Uniti, come circa il 56% delle
coppie sane concepiva entro il l° mese di rapporti sessuali; il 78% entro il 6°
mese e ben l'86% delle coppie concepiva entro il 12° mese.
Limitazioni e metodi in tema di epidemiologia applicata all'infertilità
e sterilità
Le limitazioni
all'applicazione dell'epidemiologia a questa condizione sono legate al fatto
che non si tratta di analizzare le caratteristiche e la diffusione di un agente
etiologico ben preciso; l'infertilità e la sterilità sono infatti espressione
di agenti etiologici diversi, talvolta sintomatici ma molto spesso asintomatici
da un punto di vista clinico. Una
ridotta o totale incapacità riproduttiva è, inoltre, espressione
dell'interazione di due differenti condizioni fisiche, quella maschile e quella
femminile.
Una stima della infertilità
e della sterilità di una popolazione deve quindi necessariamente utilizzare dei
metodi approssimativi di tipo indiretto o diretto.
Una stima indiretta è ad
esempio quella che tiene conto del numero di donne sposate ininterrottamente da
un età < 30 aa e senza alcun concepimento fino all'età di 45-50 aa (momento
dell'inchiesta) considerando il periodo successivo definitivamente
sterile. Tale tipo di indagine è
gravata dal rischio di una sovrastima del fenomeno in quanto molte di queste
coppie potrebbero aver fatto uso di mezzi o metodi contraccettivi e il non aver
avuto figli potrebbe quindi essere il risultato di una scelta di vita; tale
rischio di sovrastima potrebbe essere irrilevante nei Paesi in via di sviluppo
dove le differenti condizioni socio-culturali non hanno portato ancora ad una
completa separazione della sessualità dalla procreazione;viceversa nei Paesi
industrializzati dove la scelta contraccettiva è più diffusa, questo rischio è
reale e rilevante.
Uno studio epidemiologico
condotto secondo questo metodo è quello pubblicato da Leridon e Coll. nel 1982. Egli ha descritto nella Francia moderna
un'incidenza di coppie sterili pari a circa il 6-10% (valore sovrapponibile a
quello degli USA nello stesso periodo) mentre nella Francia del 1600-1700,
attraverso un'analisi retrospettiva si poteva stimare tale incidenza intorno al
4%, valore pressoché simile a quello riportato recentemente nel Bangladesh
(3%); ciò a testimonianza di quanto le condizioni ed i costumi sociali abbiano
rilevanza in tale tipo di indagine.
Stime dirette della
sterilità e dell'infertilità sono quelle che si basano su indagini demografiche
condotte presso l'intera popolazione o presso "gruppi campione". Queste indagini permettono di determinare
quante donne al momento dell'inchiesta sono:
1) volontariamente o involontariamente sterili (definite tali, donne
di età > 45-50 aa, coniugate e senza aver mai concepito, oppure portatrici
di una condizione fisica che rende impossibile l'evento riproduttivo);
2) affette da infertilità primaria (donne in età riproduttiva che
non hanno mai avuto prole vivente pur desiderandola ed avendo rapporti sessuali
da più di un anno);
3) affette da infertilità secondaria (donne che hanno già avuto
prole vivente ma che, pur essendo in età riproduttiva ed avendo rapporti
sessuali da più di un anno dal termine dell'amenorrea puerperale e che, pur non
usando metodi o mezzi contraccettivi, non hanno ancora avuto un ulteriore
successo riproduttivo).
Un'inchiesta così condotta
in Francia nel 1978 evidenziò ad esempio che la percentuale di coppie realmente
sterili, in quel periodo, poteva essere stimata in circa il 4%, e che
mediamente circa il 60% delle coppie con problemi di infertilità o sterilità
avevano problemi a concepire sin dalla prima gravidanza; sempre un'inchiesta
così strutturata nel 1982 dimostrò negli Stati Uniti che le donne con problemi
di sterilità ed infertilità potevano essere globalmente stimate intorno all'11%
della popolazione e che il problema riproduttivo era maggior appannaggio delle
classi d'età superiori ai 30 aa. (Tab. l).- Infatti, mentre l'incidenza
complessiva di pazienti con problemi di ínfertilità e sterilità nel gruppo
d'età 20-24 aa era pari al 6%, in quello compreso tra i 35 ed i 39 aa d'età
raggiungeva il 12,6%.
Età 20-24
30-34 35-39
40-44 30-44
Inf. (%) 9,7 7,7 10,2
9,0 8,9
Ster.+Inf. 6,0 9,2 12,6 10,8 10,8
Tab. 1 - Incidenza di pazienti infertili e sterili per gruppi di età
nella popolazione dagli USA nel 1982.
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Esiste un incremento dei casi di infertilità e sterilità?
L'evidenza di un progressivo
calo della crescita demografica nei Paesi occidentali, maggiormente
industrializzati, ha fatto sorgere il dubbio che ciò potesse essere connesso
anche ad un incremento dei casi di infertilità e sterilità.
Purtroppo in Italia abbiamo
esclusivamente come parametri di riferimento solo i dati ISTAT che considerano
esclusivamente gli indici di natalità e di fecondità senza una analisi precisa
dell'incidenza dell'infertilità e della sterilità. Secondo questi dati i nati vivi per 1000 abitanti (indice di
natalità) sono passati dal 29,4 dei periodo 1930-1932, al 10,2 del periodo
1984-1986, così come la fecondità totale, cioè i nati vivi per 1000 donne in
età riproduttiva, sono passati da 94,3 del periodo 1930-1932, al 41,0 del
periodo 1984-1986.
Un'inchiesta di tipo diretto
negli USA (Tab. 2) ha dimostrato che nella classe d'età 20-24 aa, cioè quella
con migliori possibilità riproduttive, la percentuale di pazienti infertili è
passata dal 3,5% nel 1968 al 9,7% nel 1982 con un incremento superiore al 50%4.
Anno 1965 1976 1982
Paz. infert. 3,5 6,4 9,7
Tab. 2 - Valutazione
longitudinale dell'incidenza di pazientí infertili nella classe di età
20/24 aa negli USA.
Sembrerebbe quindi che la
diminuzione delle nascite non sia dovuta esclusivamente a scelte sociali, ma che
esista un reale incremento dei casi di sterilità e infertilità. Questo incremento pensiamo possa attribuirsi
a numerosi fattori quali:
- età media dei coniugi al
momento del matrimonio (mediamente più elevata rispetto al passato);
- difficoltà ed esigenze
sociali che inducono la coppia a programmare il concepimento in un'epoca più
tardiva;
- incremento delle malattie sessualmente trasmesse;
- stress;
- abitudini voluttuarie (fumo, alcol, ecc.);
- nuovo ruolo sociale della donna
che, essendo sempre più allontanata dal nucleo familiare, convive sempre meno
con il proprio coniuge.
Il fattore età
In questi ultimi decenni si
è registrata in Italia come pure negli altri Paesi occidentali, una rilevante diminuzione
della fecondità nelle classi d'età tra i 21 e i 29 anni più marcata che nelle
classi d'età superiori, testimonianza di una progressiva tendenza della donna a
concepire più tardivamente. Noi
sappiamo che l'età della donna, così come quella dell'uomo, è un fattore che si
correla negativamente con la capacità riproduttiva. Una singolare esperienza a questo proposito è quella dei centri
Cecos nei quali è stato possibile trattare 2193 donne con inseminazione
artificiale eterologa essendo i coniugi di queste pazienti affetti da
azoospertnia. In queste donne l'impiego
di liquidi seminali, considerati normali in base alle caratteristiche standard
di riferimento, permise di rilevare una diversa fecondabilità, cioè una diversa
possibilità di successo dell'inseminazione, a seconda dell'età delle pazienti
(Tab. 3): mentre nelle donne con età < 25 anni la probabilità di successo
era dell'11 %, in quelle tra i 36 e i 40 anni questa probabilità non superava
il 6,5%.
Età <25 26-30 31-35
36-40
Fecondabilità (%) 11,0 10,5 9,1
6,5
Tab. 3 - Fecondabilità secondo età in donne trattate con AID (maríto azoospermico).
L'effetto negativo dell'età sulla
riproduzione ed in particolare sul sistema rìproduttivo femminile sembra legato
ad una sempre maggiore possibìlità di fallimento dei fini sistemi di
regolazione dell'unità ipotalamo-ipofisi-ovaio, ad una progressiva diminuita
sensibilità delle gonadi allo stimolo gonadotropinico, al frequente sviluppo
con l'età di fibromi uterìni, alla più lunga esposizione alle malattie
infettive.
Malattie sessualmente trasmesse e fertilítà
Le flogosi dell'apparato
genitale costituiscono un grave problema per la riproduzione.
Per quel che concerne il
sesso femminile le flogosi cervico-vaginali oltre ad essere frequentemente un
fattore di dispareunia (rapporti sessuali dolorosi) alterano le condizioni
microambientali locali ed hanno talvolta un effetto spermiotossico diretto;
inoltre, per via ascendente, possono essere responsabili di endometriti,
flogosi pelviche con conseguente occlusione tubarica.
E’ noto che negli ultimi
decenni la maggiore liberalizzazione dei costumi ed una diversa visione della sessualità
ha favorito un incremento delle malattie sessualmente trasmesse ed accanto alle
malattie veneree comunemente conosciute quali la Sifilide e la Gonorrea, sono
emersi nuovi agenti patogeni, anche più insidiosi, fra i quali, per rilevanza
clinica, va ricordata la Chlamydia.
La ricerca di anticorpi
anti-Chlamydia e dello stesso protozoo sono risultati frequentemente positivi
in soggetti infertili altrimenti clinicamente normali e in donne con occlusioni
tubariche, aderenze pelviche o affette da abortività ripetuta.
Il fattore stress
Lo stress sia fisico che
psichico ha un importante ruolo nll'infertilità.
Sia nell'uomo che nella
donna i peptidi oppioidi endogeni sono tra i princìpali protagonisti della risposta
endocrina allo stress; i livelli dell'attività endorfinica aumentano
sensibilmente durante l'evento stressante e questo incremento è probabilmente
responsabile dell'innalzamento dei livelli di prolattina e della riduzione dei
livelli di LH osservabili in questi pazienti".
Nella donna l'alterata
secrezione di LH causa anovulazione, ipogonadismo e amenorrea mentre nell'uomo
il quadro clinico è molto meno evidente anche se, dal punto di vista endocrino,
uno stato di ipogonadismo è costantemente testimoniato da bassi livelli di
testosterone e gonadotropine.
Un ruolo importante nella mediazione degli effetti dovuti allo stress ha indubbiamente anche il CorticotropinReleasing-Factor (CRF), ormone proteico ipotalamico che attiva la secrezione di ACTH ipofisario. Livelli aumentati di CRF causano, direttamente, attraverso l'inibizione del CNRH, una riduzione dei livelli di LHII; inoltre gli incrementati livelli di cortisolo che seguono l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene avrebbero anch'essi un importante ruolo, particolarmente nel diminuire la funzione testicolarel3.
Abitudini voluttuarie
Tra le abitudini che sono state messe in relazione con una riduzione della fertilità accenneremo, per la loro diffusione e rilevanza sociale, al tabagismo ed all'abuso di sostanze alcoliche.
Per quel che concerne gli effetti negativi del fumo di tabacco basti ricordare che nell'uomo è stata descritta una ridotta motilità nemaspermica e nella donna è stato dimostrato un effetto antiestrogeno, probabilmente mediato da un incremento della idrossilazione epatica dell'estradiolo. Inoltre, sempre nel sesso femminile, sono stati individuati costituenti del fumo nel muco cervicale" con effetti sul microambiente locale che sono ancora oggetto di studio.
Anche l'abuso di alcol ha un
ruolo rilevante ed incide negativamente sulla fertilità colpendo
particolarmente il sesso maschile.
Negli alcolisti, infatti, è
stato descritto un alto tasso di sterilità (80%) ed uno stato di
ipogonadismo caratterizzato da:
- bassi livelli sierici del
testosterone, sia per un danno testicolare diretto sia per una aumentata
clearance metabolica dell'ormone a livello epatico;
- alterata secrezione di LH
(bassi livelli) dovuta ad una diretta azione dell'alcol a livello ipotalamico e
forse anche ipofisario;
- atrofia dei tubuli
seminiferi, basso numero di spermatozoi con alta incidenza di atipie
morfologiche;
- iperestrogenismo legato ad
una aumentata aromatizzazione epatica del testosterone ed alla incrementata
conversione periferica dei precursori androgenici surrenalici (la cui sintesi è
stimolata dall'alcol e dal suo metabolita acetaldeide) in estrone.
Mentre quindi nel sesso
maschile gli effetti dell'abuso di alcol sulla fertilità sono ben conosciuti,
sorprendentemente poco o nulla si conosce sugli effetti della sua cronica
ingestione sul sistema riproduttivo femminile.
Comunque, in base ad
evidenze sperimentali derivate dal ratto, sembrerebbe possibile ipotizzare
l'esistenza di una correlazione tra abuso alcolico ed ipogonadismo anche per quel
che concerne il sesso femminile.
Contraccezione e fertilità futura
La contraccezione ormonale
non sembra avere effetti negativi sulla capacità riproduttiva della donna; più
che altro si è notato un certo ritardo nel concepimento alla sospensione dell'estroprogestinico
ma, nel tempo, venivano registrati tassi di concepimento simili alle altre
donne.
Non sembra nemmeno che
l'assunzione di estroprogestinici modifichi qualitativamente la gravidanza o le
gravidanze future. Klinger ha condotto
un ampio studio a questo proposito e non ha descritto differenze con gruppi di
controllo sia per quel che riguarda l'incidenza di gravidanze extrauterine, che
per quel che riguarda malformazioni congenite, gravidanze multiple, aberrazioni
genetiche.
Diverso è il problema per
quel che concerne l'uso dei dispositivo intrauterini (I.U.D.). Il rischio,
nell'utilizzo di questi sistemi, è quello di infezioni sia a livello cervicale
che endometriale ed ìn particolare di contrarre flogosi pelviche (PID) con
frequenti ripercussioni sulla funzionalità tubarica. Mentre nella donna che non ha sperimentato le suddette
complicanze non sembrano esistere effetti negativi sulla capacità riproduttiva,
molto discussa è invece questa capacità in coloro che hanno contratto una PID.
In uno studio effettuato a
Lubljana nel 1980 si è evidenziato come il riscontro di una storia di PID
nell'anamnesi sia associato ad un dilazionamento sensibile del tempo di
concepimento dal momento della rimozione dello IUD.
Conclusioni
Abbiamo visto come l'età
avanzata al momento del matrimonio, il procrastinare in epoche più tardive il
concepimento, l'incremento delle malattie sessualmente trasmissibili, nonché
alcune abitudini di vita e l'uso di taluni mezzi contraccettivi incidano negativamente
sulla fertilità.
Tutto ciò ha portato, nei
Paesi occidentali, ad un sensibile incremento delle coppie con problemi
riproduttivi, ed il sensibile calo della natalità registrato negli ultimi
decenni non sembra essere dovuto esclusivamente a scelte socioculturali essendo
attualmente possibile stimare in misura di circa l'11% il numero delle coppie
con problemi di fertilità.
Un tasso pari all'11 %
assume particolare rilevanza se si considera che nei Paesi in via di sviluppo
tale valore non supera il 3%, valore pressoché sovrapponibile a quello
calcolato 4%, con stime retrospettive, per l'Europa del 1600.
Notevole è l'impatto
psicologico che l'infertilità e la sterilità hanno sulle coppie, impatto
psicologico che frequentemente investe la sessualità anche quando questa non
sia già implicata primariamente nella genesi del fallimento riproduttivo.
In base a quanto esposto
possiamo affermare che è utile un attento monitoraggio epidemiologico del
fenomeno sia in sede locale che nazionale ed internazionale. Tale monitoraggio, come abbiamo visto, per
essere utile deve essere condotto non solamente attraverso l'analisi di
grossolani dati demografici, ma soprattutto attraverso l'utilizzo di inchieste
di tipo diretto mirate ad individuare il problema riproduttivo nelle sue
diverse espressioni.
Solo così sarà possibile
riconoscere e studiare più approfonditamente i fattori di rischio e condurre
idonee campagne infortnative di prevenzione.