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EDITORIALI
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IL PAZIENTE DIAGNOSTICO - ottobre 2010
Quando fondai SaluteDonna.it, vi parlo quindi di circa undici anni fa, ero tra quelli che avevano intuito il grande ruolo che avrebbe avuto internet nell'informazione sanitaria e nella promozione della salute.
Ero convinto e lo sono ancora oggi che un paziente informato è anche un paziente più responsabile nel seguire le raccomandazioni terapeutiche e diagnostiche, piu partecipe e quindi più motivato nel combattere la malattia, più attento a comportamenti virtuosi per la propria salute.
L'informazione internet, sempre disponibile anche su strumenti diversi dal computer (ricordo che fummo tra i primi a creare pagine leggibili anche dai cellulari), poteva aiutare anche nell'orientamento tra specialisti, servizi, centri di eccellenza; nell'ottica di una medicina moderna che superava confini geografici, barriere economiche ed architettoniche.
Nessuno doveva rimanere solo con la propria malattia e con i propri dubbi: internet quindi a questo scopo si dimostrò uno strumento veramente efficace e noi (un pugno di medici) riuscimmo a fare anche educazione sanitaria. Tutto questo a buon diritto ora è parte di una storia che ancora deve essere completamente scritta e che riguarda la medicina dell'informatizzazione e della connessione globale.
Ma ora a distanza di anni, emergono quelli che potremmo definire autentici "effetti collaterali" e tra questi vorrei soffermarmi su quello che ritengo il più insidioso e pericoloso: l'induzione (o facilitazione) all'autodiagnosi.
I disturbi, i sintomi, presunte malattie si trasformano in "parole chiave" ed avviano la ricerca filtrata da algoritmi che nulla hanno a che fare con la semeiotica medica (lo studio dei sintomi e dei segni del paziente); parole chiave che però portano a fonti più o meno attendibili ed a risultati che il paziente interpreta talvolta come una diagnosi.
So che un procedimento di "autoidentificazione diagnostica" può avvenire anche ascoltando il racconto di un parente o di un amico oppure leggendo una rivista acquistata in edicola ma il fenomeno internet ha dimensioni molto diverse e capacità suggestive enormi.
L'evoluzione del "paziente informato" verso il "paziente diagnostico" è breve e piuttosto facile. Quando si verifica paradossalmente porta a stravolgere il ruolo del medico visto come uno strumento prescrittivo, esecutivo in funzione di una diagnosi già fatta. E purtroppo un simile atteggiamento trova terreno favorevole li dove è stata distrutta la centralità del medico e li dove viene stimolato sempre più il ricorso all'automedicazione.
Può avvenire così che il paziente vada a visita con una propria identificazione diagnostica e che enfatizzi più o meno inconsciamente alcuni sintomi piuttosto che altri o che tralasci (e non racconti) aspetti della propria malattia da lui ritenuti trascurabili. Può accadere anche che escuda il proprio Medico di famiglia e vada direttamente ad una visita specialistica ed infine che preso da una diagnostica differenziale che non gli appartiene cada in una confusione tale da fargli smarrire quello che è il suo vero problema.
Il lavoro del medico quindi può diventare ancora più arduo e in mancanza di una rigorosa metodologia diagnostico-differenziale ed un attento esame semeiologicico paga il vantaggio di un utente informato con il rischio di essere condotto in percorsi del tutto inappropriati.