DA
HALSTED AL LINFONODO SENTINELLA,
IL LUNGO CAMMINO DELLA CHIRURGIA NELLA LOTTA AL
TUMORE DEL SENO
A cura del Dr. Fabio Raja.
| NOTA IMPORTANTE. Questo articolo ha uno scopo esclusivamente informativo. Ogni sforzo è stato condotto per renderlo chiaro, aggiornato, facilmente comprensibile da un pubblico molto vasto; tuttavia non possiamo escludere eventuali omissioni ed errori come anche possibili difficoltà interpretative da parte dei lettori. La Medicina è una scienza in costante evoluzione ed ogni paziente è unico nella sua condizione clinica; ribadiamo quindi che è solo il vostro Medico Curante che può illustrare la particolarità e quindi la prognosi della vostra condizione e che a lui solo spetta ogni conclusione diagnostica e terapeutica. Non rispondiamo in alcun modo di un uso improprio e non autorizzato delle informazioni fornite. Ultimo aggiornamento: 18.9.2006 . |
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Quando
nel 1969, Umberto
Veronesi presentò ad un Comitato di ricercatori dell’Organizzazione
Mondiale della sanità, la proposta di sperimentare un nuovo procedimento per la
cura chirurgica del tumore della
mammella, la maggioranza degli scienziati guardò con diffidenza e scetticismo
l’iniziativa del chirurgo milanese. A
quell’epoca, infatti, tutti erano
convinti che la mastectomia radicale,
ideata alla fine dell’ottocento da W.S.
Halsted, fosse il migliore, anzi l’unico, intervento per curare con
qualche probabilità di successo, questa malattia.
Straordinaria
figura di scienziato, W.S. Halsted ebbe il merito di abbattere la barriera di
rassegnazione e pessimismo che circondava una malattia considerata
incurabile, proponendo un intervento “radicale”,
in grado cioè di “guarire”.
Partendo
dall’osservazione che in molte donne, che nel corso della loro vita avevano
sofferto di tumore mammario, erano
presenti depositi tumorali nei linfonodi
ascellari, Halsted ipotizzò che la
malattia restasse confinata, in un
periodo iniziale, nella mammella, per migrare
in una fase successiva nei linfonodi ascellari
e da questi raggiungere, in una terza fase, qualsiasi organo, attraverso i vasi
sanguigni.
Halsted
si convinse, perciò, che per
impedire la progressione sino alla terza fase, era necessario asportare la
mammella, i linfonodi ascellari e le vie linfatiche che sono contenute nei
muscoli pettorali.
L’intervento
di Halsted fu accolto con entusiasmo dal mondo chirurgico dell’epoca e Halsted
fu in grado di dimostrare che, almeno una parte delle donne da lui operate,
guarivano definitivamente.
La
mastectomia s’impose, in tutto il mondo, come l’intervento che doveva essere
sempre applicato
in “tutti” i casi di tumore
mammario.
Questo
successo ebbe tuttavia come
riflesso negativo il blocco della ricerca chirurgica in questo campo ed ogni
proposta innovativa fu immediatamente respinta come “blasfema”.
Occorsero
alcuni decenni perché le cose cambiassero: negli anni sessanta, c’era
tra gli scienziati, un diffuso senso di frustrazione, perché, ci si era resi
conto che la mastectomia di Halsted guariva solo una parte delle pazienti.
Molti
pensarono, perciò, si potessero ottenere risultati migliori, asportando, oltre
ai linfonodi dell’ascella, anche quelli collocati più lontano, alla base del
collo e all’interno del torace.
Sfortunatamente,
questi interventi non produssero i
risultati sperati.
Si
capì, perciò che, per quanto ci si ostinasse ad allargare la cura chirurgica,
il destino delle pazienti non era
modificato dal tipo d’intervento chirurgico.
In
quegli stessi anni furono formulate nuove teorie sulla crescita e la diffusione
tumorale ed alcuni gruppi di ricerca, in tutto il mondo, riuscirono ad ottenere
risultati insperati con
l’utilizzo di cocktail di farmaci.
Tra
questi, fu straordinario il contributo del gruppo dell’Istituto di Milano
diretto da Umberto Veronesi. Inoltre,
stimolate dalle campagne di stampa, le donne divennero più attente e consapevoli, l’impiego della
mammografia si estese e, come conseguenza, i chirurghi cominciarono
a vedere tumori sempre più piccoli per i quali l’asportazione di tutta la
mammella sembrava eccessiva.
Molti
ipotizzarono che gli stessi risultati si sarebbero potuti ottenere
con asportazioni parziali, meno mutilanti a paragone della tradizionale
mastectomia.
Fu
allora che Veronesi formulò la proposta
di curare la malattia asportando solo una parte della mammella, quella in cui
aveva sede il nodulo.
Nell’ipotesi,
poi, che nel seno operato potessero rimanere microscopici residui tumorali, si
ritenne prudente, e si ritiene anche adesso, procedere ad un trattamento radiante
complementare.
Le
idee di Veronesi trovarono entusiasti sostenitori, ma anche tenaci oppositori.
Oggi,
a distanza di quaranta anni è ormai chiaramente
dimostrato che Veronesi aveva visto giusto: la quadrantectomia consente
di ottenere le stesse guarigioni
della mastectomia, ma con risultati
estetici incomparabilmente migliori.
Agli
inizi degli anni novanta ci fu un profondo mutamento nella.filosofia
dei chirurghi. Aiutati
dalle nuove tecnologie e dalla disponibilità di cure mediche sempre più
efficaci, si fece strada tra i chirurghi, il concetto di “chirurgia gentile”
cioè di una chirurgia meno aggressiva e mutilante.
I
senologi cominciarono, così, a chiedersi se l’asportazione
dei linfonodi ascellari fosse davvero sempre necessaria. Non
era messo in discussione uno dei capisaldi
delle teorie di Halsted, la necessità, cioè,
di asportare i linfonodi ammalati, ma
si faceva notare come, sempre più spesso, i linfonodi asportati
risultavano, al successivo esame microscopico, sani, vale a dire indenni da
depositi tumorali e quindi la loro asportazione si sarebbe potuta evitare.
Purtroppo
non c’era modo di sapere, prima dell’intervento, se fossero malati o meno.
Neanche i più moderni mezzi diagnostici come la TAC o la Risonanza Magnetica
sono in grado di evidenziare i
piccoli depositi tumorali eventualmente presenti.
Non
restava che asportare tutti i linfonodi ed, in seguito, sottoporli ad un esame
microscopico, per poi, scoprire, in
circa 8 casi su 10, che essendo
sani non sarebbe stato necessario
asportarli.
Rimuovere
i linfonodi sani, non sarebbe logico, perché significa
asportare del tessuto che aiuta le difese immunitarie a combattere la malattia.
Inoltre
l’asportazione dei linfonodi ascellari può provocare, subito
dopo l’intervento, fastidiose anche se non gravi complicanze, mentre a
distanza di mesi o d’anni, può essere causa del cosiddetto “braccio
grosso”, una complicazione che,
seppur raramente, può essere
invalidante.
Come
capire se i linfonodi sono ammalati, senza doverli asportare? Da
qualche tempo è noto che le cellule
tumorali quando migrano nell’ascella seguono un percorso ben preciso, passando
dal primo linfonodo, chiamato “linfonodo
sentinella”, ai successivi . In
altre parole è eccezionale il caso che le cellule tumorali “saltino” il linfonodo più vicino per andare in uno più lontano.
Se
il sentinella è sano, è assai
probabile che anche gli altri lo siano, e perciò la loro asportazione può
essere evitata.
Al
contrario, quando il sentinella
presenta al proprio interno cellule tumorali, è possibile
che anche altri linfonodi siano malati e ed è perciò prudente rimuoverli
tutti. Il
problema diventa, perciò, quello di riuscire ad individuare il linfonodo sentinella,
giacché non ha una posizione costante, ma varia da paziente a paziente in base
alla posizione del nodulo nella mammella ed altri fattori individuali.
I
radioisotopi hanno consentito la soluzione del problema. Gli
isotopi radiotattivi sono sostanze la
cui presenza può essere rilevata con particolari sonde. Sono
sostanze innocue poiché la loro
radioattività è molto bassa e inoltre, si allontanano rapidamente
dall’organismo.
Alcune
ore prima dell’intervento, perciò, una
piccola quantità di queste sostanze è iniettata con una comune siringa,
nella mammella in prossimità del nodulo.
La
sostanza radioattiva comincia a
spostarsi, seguendo lo stesso cammino che hanno seguito eventuali cellule
tumorali staccatesi dal nodulo mammario, e
dopo alcune ore, si concentra
nel linfonodo sentinella che il
chirurgo può localizzare con una sonda rilevatrice di radioattività.
Attraverso
una piccola incisione ascellare, si asporta il
linfonodo sentinella che è immediatamente
esaminato al microscopio: quando è
indenne l’intervento è concluso, mentre se nel suo interno ci sono cellule
tumorali, è necessario completare l’asportazione di tutti i linfonodi, come avviene nell’intervento
tradizionale.
Oggi,
grazie alla quadrantectomia ed alla tecnica del linfonodo sentinella è
possibile curare questa malattia con ottime probabilità di successo ed evitando
quelle mutilazioni che un tempo costituivano una vera e propria malattia nella
malattia.