LA CHIRURGIA ESTETICA DELLA MAMMELLA.
A cura del
Prof. Aldo Bertani
e del Dott. Alessandro Scalise.
Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva
dell'Università degli Studi di Ancona.
| NOTA IMPORTANTE. Questo articolo ha uno scopo esclusivamente informativo. Ogni sforzo è stato condotto per renderlo chiaro, aggiornato, facilmente comprensibile da un pubblico molto vasto; tuttavia non possiamo escludere eventuali omissioni ed errori come anche possibili difficoltà interpretative da parte dei lettori. La Medicina è una scienza in costante evoluzione ed ogni paziente è unico nella sua condizione clinica; ribadiamo quindi che è solo il vostro Medico Curante che può illustrare la particolarità e quindi la prognosi della vostra condizione e che a lui solo spetta ogni conclusione diagnostica e terapeutica. Non rispondiamo in alcun modo di un uso improprio e non autorizzato delle informazioni fornite. Ultimo aggiornamento: 18.9.2006. |
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In
tutte le culture del mondo il seno è da sempre considerato come la più
profonda e pura espressione di femminilità, l’essenza stessa della donna.
Infatti rappresenta organo fondamentale per la nutrizione, oltre ad essere
elemento estetico cardinale, simbolo dell’entità psicologica e sessuale e
simbolo della seduzione. La forma ideale
non è necessariamente legata al corretto volume od alla mancanza della ptosi.
Lo scopo degli interventi estetici sul seno, le cosiddette mammoplastiche
o mastoplastiche, è quello di creare un seno con un volume ed una forma in
armonia con la statura della paziente e di fornire una stabilità adatta per
prevenire una ptosi secondaria.
Quando
si parla del volume le tesi e le regole nel campo della chirurgia plastica si
sprecano, creando differenti opinioni anche e soprattutto in base all’origne
geografica dell’autore; infatti cio che è ideale per un Nord-Americano non lo
è necessariamente per un Europeo; un Brasiliano ha criteri che sono differenti
da quelli di un Francese o di un Italiano; Di conseguenza anche le tecniche
variano tra autore ed autore e si passa dal concetto di riduzione assai estesa
fino alla cautela più conservativa.
Dobbiamo quindi ammettere che è impossibile definire uno standard e
quindi una normalità per il seno; la storia, l’arte e le regole sociali
rivelano una ampia diversità di tipologia, riguardo sia al volume che alla
forma.
L’uomo moderno sembra mettere più interesse al volume della mammella
che alla morfologia dello stesso: infatti il seno della gravida deve essere ben
rappresentato mentre il seno vestito deve avere un volume ridotto e non
eccessiva floridità; ma solo una mammella voluminosa può essere erotica poiché
l’opulenza, in questo ambito, risulta preponderante sulla forma o sulla
stabilità.
Quando si valuta una mammella dovremmo prima prenderne in considerazione
la base, definita dal perimetro e dal solco inframammario (cioè il suo polo più
basso), di fondamentale importanza per la vita della donna, perché ne rappresenta il carattere sessuale.
Altro fattore fondamentale nel giudizio del chirurgo è la proiezione che
ha precisi rapporti con la base, non dovendone mai superare il terzo in altezza;
inoltre, è sempre necessario prendere in considerazione la ptosi, cioè il grado di caduta in senso gravitazionale delle
mammelle.
Prendiamo ora in considerazioni i diversi quadri che si possono
incontrare.
Come già detto l’aspetto e la forma di un seno femminile sono parte
intima ed importante della propria immagine; ecco quindi come la mammoplastica
addittiva sia diventata uno degli interventi più popolari in chirurgia plastica
estetica.
Il successo di questo intervento dipende dalla sua scrupolosa esecuzione
secondo un preciso piano pre-operatorio e secondo le comuni linee-guida
dell’intervento ma, e soprattutto, rispettando le caratteristiche della
paziente e le sue richieste.
La ragione più comune che spinge una paziente a richiedere
l’intervento di aumento del volume del seno è la ipoplasia bilaterale. Questa
mancanza di tessuto può essere di origine ghiandolare come nel caso
dell’involuzione post-partum delle mammelle. Nel primo tipo vi è spesso
associata una caduta del complesso areola-capezzolo che necessita, quindi, di
una correzione associata, cioè nel suo innalzamento mediante mastopessi
dermica. Risultano assai adatti a questa metodica anche i casi di ipoplasia
ghiandolare associati ad anomalia definiti come mammelle
tuberose che, grazie alla tecnica di sospensione con lembi e
protesizzazione dà eccelenti risultati. Nel secondo tipo, di natura muscolare,
ad anomalie a carico dell’arto ipsilaterale, si sommano sia l’atrofia del
muscolo pettorale di un solo lato sia l’iposviluppo del complesso
areola-capezzolo.
I tentativi di aumento volumetrico della mammella sono passati nei
decenni attraverso svariate esperienze, dall’iniezione di grasso prelevato da
altre parti del corpo all’iniezione di olii minerali e finalmente, nel 1963,
alle prima generazione di protesi. Molte modifiche sostanziali rispetto ai
materiali utilizzati ma anche alle forme, alla funzione ed al meccanismo di
posizionamento sono state fatte nel tempo.
Rispetto alle protesi di solo silicone oggi si è passati da quelle
ripiene di soluzione salina a quelle di poliureatano, che avevano problemi di
“tenuta” del volume, a quelle derivate dalla soia, con problemi di rilascio
degli olii naturali non ancora del tutto risolti, fino alle protesi a doppia
camera di silicone assai sicure e stabili nel tempo e da ultimo alle protesi
all’idrogel derivato dal silicone, assai “naturali” come risultato
estetico e ben visibili ai controlli mammografici (Fig. 1).

Fig. 1.
Protesi a doppia camera con silicone (con rilevatore) e protesi all’idrogel
di silicone
Ulteriore miglioramento è stato fatto sulle forme, che a partire da
quella ovalare della prima protesi di Cronin e Gerow, è passata a quella
ellissoidale delle prime protesi al silicone fino a quelle odierne definite
ormai anatomiche cioè con differenti volumi a seconda della proiezione che si
vuole ridare. Importante nell’evoluzione di queste ultime è sicuramente il
nuovo concetto di protesi, introdotta a metà degli anni ‘80 che, assieme alla
ricostituzione del volume ha associato il bisogno della variabilità dello
stesso : l’espansore. Questo tipo di protesi definita poi protesi-espansore è
ancor oggi utilizzata per la chirurgia estetica della mammella da molti
chirurghi e rappresenta sicuramente il cardine della chirurgia ricostruttiva
post-mastectomia.
Ulteriore miglioramento è stato fatto anche per quanto riguarda le
tecniche di posizionamento delle protesi stesse. Nei primi interventi veniva
fatto un accesso assai oneroso per la paziente, come cicatrice, sulla faccia
anteriore della mammella mentre
oggi si è arrivati, grazie alla manegevolezza delle protesi ed al notevole
sviluppo dei materiali, a mini-incisioni attorno alla areola con
bassissima visibilità della cicatrice rispetto al cromatismo della stessa (se
questa è di diametro sufficiente) oppure a mini incisioni nel solco
sotto-mammario che non superano i 5-6 centimetri e permangono nascosti alla
vista; Se la dimensione della protesi lo consente, oggi si possono anche
eseguire accessi dall’ascella e quindi, per mezzo di strumentario ad hoc con
luce polarizzata su guida a fibre ottiche è possibile la preparazione di
passaggi sottocutanei fino alla mammella e la sua protesizzazione (và sempre
fatto presente alla paziente l’aumento dei tempi operatori derivato da questa
tecnica operatoria rispetto alla maggior rapidità sottomammaria necessaria per
la tecnica periareolare)(Fig. 2 e Fig. 3).

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Fig.2: Paziente con
ipoplasia ghiandolare mammaria bilaterale post-partum. Aspetto
pre-operatorio. |
Fig. 3. Mastoplastica
addittiva bilaterale con protesi all’idrogel di silicone. Aspetto
post-operatorio |
Occorre anche ricordare che il risultato post-operatorio di queste
mastoplastiche addittive può essere reso non perfetto dalla entità della
reazione capsulare periprotesica.Infatti questi impianti si comportano come un
corpo estraneo inducendo sempre una reazione cicatriziale attorno alla protesi
che normalmente regredisce grazie al precoce massaggio nel post-operatorio.
Questo dipende sicuramente dal materiale utilizzato che, se presenta superficie
esterna non liscia ma “testurizzata”, cioè opportunamente irregolare, non
permette reazioni di retrazione imponenti, ma anche dalla reattività personale
alla cicatrizzazione più o meno ipertrofica.
La mastoplastica riduttiva.
L’ipertrofia mammaria può
essere di varia entità ed è considerabile, nelle forme più gravi, come un
vero e proprio stato patologico. Un seno è considerabile come ipertrofico
quando supera del 50% il volume normale anche se la definizione di esso è resa
assai difficoltosa dalla variabilità razziale ed individuale del sesso
femminile. Si può definire come seno ideale quello che ha volume tra i 250 ed
300cc di volume, e seno ipertrofico quello tra i 400cc ed i 600cc; Volumi tra i
600cc ed 1000cc sono da riservare ai vari gradi di ipertrofia mentre il termine
di gigantomastia è da riservare alle forme oltre i 1500cc.
La condizione di ipertrofia, specie se di grado elevato, può determinare
disturbi non solo di carattere estetico ma anche funzionale: tensione dolorosa
della cute, lordosi e scoliosi, intertrigini ed eczemi.
Esistono ipertofie mammarie ghiandolari pure, cioè dovute all’aumento
della ghiandola e quindi più frequenti nelle adolescenti, ipertrofie miste in
cui la componente ghiandolare è infiltrata abbondantemente da tessuto adiposo e
quindi tipiche nelle donne dopo il parto oppure ipertrofie esclusivamente
adipose cioè associate ad obesità oppure a
sovrappeso.
Alla condizione di ipertrofia mammaria si associa quasi regolarmente la
condizione di ptosi, cioè la discesa verso il basso della mammella. E’ una
condizione non patologica ma piuttosto uno stato morfologico cioè dovuto al
peso della mammella stessa ed alla perdita della elasticità cutanea. La ptosi
è misurabile e quindi classificabile a seconda della sua gravità. La
variabilità è dovuta alla distanza della areola dalla clavicola ed è
considerata di primo livello non appena supera i 22 cm.
Le tecniche chirurgiche per la correzione della condizione di ipertrofia
sono numerose ma passano tutte da due momenti fondamentali: l’asportazione
cutanea-ghiandolare ed il rimodellamento della nuova mammella con il nuovo
posizionamento dell’areola e del capezzolo.
L'entità della resezione ghiandolare varia da poche centinaia di grammi
per mammella fino a raggiungere e superare i 1.000 g. L'intervento di
mastoplastica riduttiva va eseguito di regola in anestesia generale.
I risultati sono in genere molto buoni e si mantengono nel tempo, anche
se inevitabilmente una gravidanza e l'allattamento possono indurre una modesta
recidiva, specie nella donna molto giovani.
Le complicanze più temibili sono la necrosi (da insufficienza
vascolare) del complesso areola-capezzolo e, specie nei casi più imponenti, un
risultato lievemente asimmetrico.

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Fig.4:
Paziente con ipertrofia ghiandolare pura bilaterale post-partum.
Aspetto pre-operatorio. |
Fig. 5:
Mastoplastica riduttiva bilaterale. Aspetto post-operatorio dopo 1
anno.” |
Mastopessi.
La
ptosi mammaria è una condizione
per cui, a causa del cedimento dei tessuti che sostengono la ghiandola
mammaria, il capezzolo si viene a trovare in una posizione più bassa rispetto
all'ideale piano perpendicolare al punto di mezzo dell'omero. Come già
esposto, tale situazione accompagna di regola l'ipertrofia mammaria ma può
essere presente anche in mammelle di dimensioni normali o anche ipoplasiche; può
essere conseguente ad un allattamento, ad un cospicuo dimagrimento o
semplicemente all'invecchiamento. Ovviamente le implicazioni di una ptosi
rnammaria sono esclusivamente di carattere estetico.
Le
tecniche chirurgiche di correzione (mastopessi)
sono impostate sugli stessi principi della mastoplastica riduttiva.
Ovviamente in una mammella di dimensioni normali il cono mammario viene
rimodellato senza subire alcuna riduzione a carico del parenchima ghiandolare,
ma solo della cute. La tecnica d'approccio è mirata ad ottenere cicatrici il
meno lunghe possibile, così da poter essere occultate anche da un reggiseno
minuscolo. Il mantenimento della funzionalità e della sensibilità del
complesso areola-capezzolo è mandatorio.
In
mammelle molto piccole è possibile associare alla pessi un'integrazione del
volume, mediante contestuale impianto di una protesi.

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Fig. 6: Paziente
con ipertrofia ghiandolare pura bilaterale e ptosi di media gravità.
Aspetto pre-operatorio. |
Fig. 7: Mastoplastica
riduttiva bilaterale con mastopessi. Aspetto post-operatorio dopo 1 anno. |